Chi mi ridarà i lunghi viaggi in macchina con te? Chi mi ridarà le ore intere a dirsi nulla, a credere di ascoltare la musica anziché, come facevamo, assaporare il presente nel modo più pieno? Un viaggio è un’interlocuzione, un passaggio da un momento un altro: ma tante volte ho avuto l’impressione che fosse davvero tutto lì. Sono momenti che ci siamo limitati a vivere perché c’era tutto: c’era la consapevolezza di un punto di partenza e giocoforza di uno di arrivo, e quale di preciso non lo sapevamo neppure noi, ma che ci importava, non c’era neppure bisogno di parlare, di spiegare, di usare le maledette parole. Forse lì dentro ti sentivi definitivamente scelta, racchiusa, il mondo scorreva ma era anche filtrato definitivamente da una visione a due. La musica avvolgeva tutto, e però non era viagra musicale, non rendeva la realtà falsa e inautentica, non era parte del quadro che stavamo dipingendo: era la cornice. La musica sottolineava la realtà senza dissimularla, senza sospenderla, rendendola più nitida e vera. È per questo che ascoltata con un’altra persona sarebbe cambiata completamente.
Te lo ricordi Kubrick? Silenzio nei momenti più autentici e grande musica. Nell’interlocuzione, nei momenti di riposo cioè tra una forte emozione e un’altra. Interlocuzione tra cosa e cosa, poi? Oddio, forse tra le nostre reciproche responsabilità, hai ragione, sta di fatto che l’amore che mi manca ora è quello. Non il resto. Non il rapporto vissuto come un’eterna anticamera, come un eterno progetto, come un gradino che precede solo il successivo, come una vita passata in un’eterna biglietteria a programmare e progettare e disporre. Senza partire mai. Noi invece partivamo, felici. Per dove? Boh. Quando ti ho detto che avevo venduto la macchina hai pianto in tre secondi. Poi sono tornato a prenderti con quella nuova, e l’hai trattata con sospetto per giorni. Dovevamo farla nostra. Perdonami se andavo così veloce, ma avevo fretta di andare da nessuna parte, con te.
Filippo Facci